Note 3 . La rivoluzione scientifica.

(1).  La necessit di rimettere in piedi un mondo vissuto e pensato
con "la testa all'ingi"  un tema centrale del pensiero di Marx ed
Engels  che   stato essenziale, a partire dall'Ottocento,  per  la
definizione del concetto di rivoluzione. Confronta, ad esempio,  K.
Marx-F. Engels, L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1967 2,
pagina  13;  K.  Marx, Poscritto alla seconda edizione  (1873),  Il
capitale,  Editori Riuniti, Roma, 1970 7, volume primo, pagine  27-
28;  F.  Engels, Ludovico Feuerbach, in Marx-Engels, Opere, Editori
Riuniti, Roma, 1969 2, pagina 1117.

(2).  N.  Gogol,  romanziere  russo  del  secolo  scorso,  nel  suo
famosissimo  racconto  Il cappotto, narra di  un  impiegato  che  
costretto  a  comprarsi un nuovo cappotto, dopo che quello  vecchio
era gi stato "rivoltato" una volta, cio rinnovato utilizzando  il
rovescio del tessuto. Il cappotto poteva cos apparire "nuovo",  ma
era sempre lo stesso.

(3). Confronta Platone, Menone, 82 b-85 b.

(4). Vedi volume primo, capitolo Sette, 1, pagine 155-156.

(5).  L'immagine  dei  nani  sulle spalle  dei  giganti  risale  al
dodicesimo  secolo: Giovanni di Salisbury (1110-1180, discepolo  di
Abelardo, e dal 1176 vescovo di Chartres) la attribuisce a Bernardo
di  Chartres,  che insegn nella scuola-cattedrale di quella  citt
dal 1114 al 1124 .

(6).  L'espressione  "Rivoluzione scientifica"   entrata  nell'uso
comune  relativamente  da poco: alla fine degli  anni  Quaranta  in
seguito  alla  pubblicazione nel 1949 del lavoro di H. Butterfield,
Le origini della scienza moderna (traduzione di A. Izzo, Il Mulino,
Bologna,  1962), e quindi, nel 1954, del libro di A.  R.  Hall,  La
Rivoluzione nella scienza. 1500-1750 (Feltrinelli, Milano, 1986).

(7).  Carlo Linneo  il nome italianizzato di Carl von Linn (1707-
1778), naturalista svedese che si dedic alla classificazione degli
esseri  viventi  e introdusse nel Systema Naturae la  denominazione
binomia  latina,  nella quale il primo nome indica  il  genere,  il
secondo la specie.

(8).   Confronta  A.  Koyr,  Introduzione  a  Platone,  Vallecchi,
Firenze,  1956,  pagina 210. Lo stesso concetto   espresso  da  G.
Bachelard:  "L'esperienza immediata - qualunque cosa ne  pensino  i
filosofi  -  pu ostacolare la conoscenza scientifica" (L'attualit
della  storia delle scienze, in AA. VERSI, La verit degli eretici,
a cura di P. Redondi, Il Saggiatore, Milano, 1978, pagina 168).

(9).  E.  Severino,  La  filosofia antica, Rizzoli,  Milano,  1984,
pagine 16-17.

(10).  A.  Koyr,  Dal  mondo  del pressappoco  all'universo  della
precisione, citato, pagina 89.

(11).  L'espressione  di P. Rossi, in La rivoluzione  scientifica:
da Copernico a Newton, Loescher, Torino, 1976 2, pagina nono.

(12).  "La  fede dello scienziato non assomiglia a quella  che  gli
ortodossi  affondano nel bisogno di certezza. [...] la  fede  dello
scienziato    assomiglierebbe   piuttosto   alla   fede    inquieta
dell'eretico,  a  quella che cerca sempre e non  mai  soddisfatta"
(H.  Poincar,  Savants et crivains, Paris,  1910,  pagina  sesto,
citato  da  P. Redondi nella Introduzione ad AA. VERSI,  La  verit
degli  eretici.  Critica e storia della conoscenza, citato,  pagina
7).

(13).  Th.  S. Kuhn, uno dei pi importanti filosofi della  scienza
contemporanei,  nella  sua  opera  del  1962  La  struttura   delle
rivoluzioni scientifiche (traduzione di A. Carugo, Einaudi, Torino,
1978  4)  sostiene  che la storia della scienza  non    un  flusso
continuo  e  ininterrotto  di accumulazione  di  conoscenze,  ma  
caratterizzata da crisi e rotture rivoluzionare, secondo lo  schema
scienza  normale  -  crisi - rivoluzione - nuova  scienza  normale;
cio,   dopo   la  rivoluzione,  la  nuova  scienza   riassume   le
caratteristiche    di   "normalit"   che    aveva    la    scienza
prerivoluzionaria.

(14). F. Bacon, Temporis partus masculus, in P. Rossi (a cura  di),
Il  pensiero di Francis Bacon, Loescher, Torino, 1974, pagine  9  e
12.

(15). La critica a tutta la filosofia (non solo antica e medievale,
ma  anche  rinascimentale e contemporanea)  ripresa  nel  Valerius
terminus  (1603), nei due libri On the Proficience and  Advancement
of  Learning ("Dignit e progresso del sapere", 1605), nei Cogitata
et  visa  (1607), nella Redargutio philosophiarum (1608)  e  quindi
nelle sue opere pi famose: nella prefazione alla Instauratio magna
e  nel  Novum  Organum  (1620)  e nel  De  dignitate  et  augmentis
scientiarum (1623).

(16).  F. Bacon, Novum Organum, aforisma 84. L'immagine dei moderni
vecchi  e  degli antichi bambini era gi presente anche nella  Cena
delle  Ceneri  di G. Bruno (1584) e sar ripresa da B.  Pascal  nel
Trait sur le vide (1647).

(17). F. Bacon, Temporis partus masculus, 7, citato, pagina 24.

(18).  "Le  scienze che ci sono state trasmesse e  che  sono  state
ricevute si trovano all'incirca in questa situazione: sono  sterili
di  opere  e  piene di dispute; tarde e fiacche nel loro progresso;
simulanti  la  perfezione nella totalit, ma, nelle singole  parti,
mal costruite" (F. Bacon, Prefazione alla Instauratio magna, in  Il
pensiero di Francis Bacon, citato, pagina 83). E poche righe  prima
aveva  scritto  che  le  arti meccaniche, "come  partecipi  di  uno
spirito  vitale,  crescono e si perfezionano di giorno  in  giorno;
mentre  nei  primi inventori appaiono per lo pi rozze,  pesanti  e
informi,  in  seguito  acquistano nuove  virt  e  utilit  e  cos
velocemente che gli interessi e i desideri degli uomini  vengono  a
mancare  e  mutano  prima che esse giungano  al  massimo  grado  di
perfezione. Invece la filosofia e le scienze intellettuali  vengono
adorate e celebrate come statue, ma non vengono perfezionate.  Anzi
esse  fioriscono massimamente nel loro primo autore  e  in  seguito
degenerano" (ivi, pagina 81).

(19).  P.  Rossi, Il rifiuto della tradizione, in  Il  pensiero  di
Francis Bacon, citato, pagina 5.

(20).  "Alcuni che si sono abbandonati alle onde dell'esperienza  e
sono diventati quasi dei meccanici, esercitano in questa esperienza
una  ricerca senza disciplina e mancano di ogni regola  fissa"  (F.
Bacon,  Prefazione alla Instauratio magna, in P. Rossi, Il pensiero
di Francis Bacon, citato, pagina 85). E' lo stesso concetto ripreso
da  A.  Koyr (vedi la nota 8 di questo capitolo): l'esperienza  da
sola non garantisce il progresso della scienza.

(21).  P.  Rossi,  Introduzione a Il  pensiero  di  Francis  Bacon,
citato,  pagina ventunesimo.

(22).  "Non  mancarono tuttavia altri che con audacia  maggiore  si
credettero    tutto    permesso   e,   abbandonandosi    all'impeto
dell'ingegno, abbattendo e distruggendo tutto ci che  esisteva  in
precedenza,  aprirono una strada a se stessi e alle loro  opinioni.
Da  questo  tumulto  non  deriv grande vantaggio  perch  essi  si
sforzavano di mutare le opinioni e di impadronirsi del regno  delle
opinioni  piuttosto  che di allargare il campo  della  filosofia  e
delle arti mediante nuove opere. Il risultato fu scarso perch  fra
opposti  errori  le cause di errore sono quasi comuni"  (F.  Bacon,
Prefazione  alla  Instauratio magna, in P. Rossi,  Il  pensiero  di
Francis Bacon, citato,  pagina 84).

(23). "Introduzione all'interpretazione della natura".

(24).  "So  infatti  perfettamente che tutti  coloro  che  si  sono
abbandonati  ai flutti dell'esperienza con animo poco fermo  e  con
desiderio  di  ostentazione,  hanno cercato  intempestivamente  dei
risultati  immediati  all'inizio della loro  opera  e  proprio  per
questo  sono  falliti e naufragati" (F. Bacon,  De  interpretatione
naturae  proemium,  in  P.  Rossi, Il pensiero  di  Francis  Bacon,
citato, pagina 37).

(25).   "E  se  qualcuno  esiger  dei  risultati  immediati   dir
francamente che per un uomo come me, ancora giovane, cagionevole di
salute,  occupato  negli affari pubblici e che ha affrontato  senza
guida  e senza luce il pi oscuro degli argomenti,  gi abbastanza
aver  costruito  la  macchina  e la  fabbrica  anche  senza  essere
riuscito  ad  adoperarla e a metterla in movimento"  (ibidem).  "In
realt  io pongo in movimento una realt che altri sperimenteranno.
Non ho infatti l'animo di quelli che sono continuamente legati alle
vicende  esterne, non sono un cacciatore di gloria n ho  desiderio
di fondare una stta come fanno gli eresiarchi e considero turpe  e
ridicola  la  pretesa di ricavare un qualche privato  vantaggio  da
un'impresa  cos grande. Mi basta la coscienza di un  servizio  ben
reso  e  la realizzazione di un'opera sulla quale la stessa fortuna
non potrebbe interferire" (ivi, pagina 38).

(26).  Ivi,  pagina  37.  L'espressione  di  Agostino  di  Ippona,
Sermones, 169: "Claudus in via antevertit cursorem extra viam".

(27).  "Infatti non  quella pura immacolata scienza naturale  alla
luce  della  quale  Adamo  impose i loro  nomi  alle  cose  che  fu
principio  e dette occasione al peccato. Causa della tentazione  fu
invece  il desiderio ambizioso di quella scienza morale che giudica
del bene e del male e mira ad allontanare l'uomo da Dio e a far  s
che  egli  detti  legge  a  se stesso" (F. Bacon,  Prefazione  alla
Instauratio  magna,  in  P. Rossi, Il pensiero  di  Francis  Bacon,
citato,  pagina 90).

(28).  Christopher Marlowe (1564-1593), grande drammaturgo dell'et
elisabettiana,    autore fra l'altro del dramma Dottor  Faust.  La
storia,  apparsa per la prima volta in Germania nel 1587, ad  opera
di J. Spies, e ripresa, oltre che da Marlowe, da Goethe e Mann e da
musicisti  come  Wagner e Gounod, narra le vicende  di  un  mago  e
alchimista  che,  per  avere una conoscenza  che  gli  consenta  di
dominare il mondo, vende con un regolare contratto la propria anima
al diavolo.

(29). "La ragione di questa mia pubblicazione  la seguente: voglio
che  tutto  ci  che  mira a stabilire rapporti intellettuali  e  a
liberare  le  menti si diffonda nelle moltitudini e passi  dall'una
all'altra  bocca;  il  resto  con discernimento  e  giudizio,  sar
compiuto   dalle  mani"  (F.  Bacon,  De  interpretatione   naturae
proemium, in P. Rossi, Il pensiero di Francis Bacon, citato, pagina
38).

(30). Si ricordi che la parola greca rganon significa "strumento".

(31). Vedi la nota 27 di questo capitolo.

(32).  F.  Bacon, Novum Organum, quarantunesimo, in  P.  Rossi,  Il
pensiero di Francis Bacon, citato, pagina 115.

(33).  Confronta  P.  Rossi, La liberazione  dai  fantasmi,  in  Il
pensiero di Francis Bacon, citato, pagina 112.

(34).  Confronta  F.  Bacon, Novum Organum, quarantunesimo,  in  P.
Rossi, Il pensiero di Francis Bacon, citato, pagina 115.

(35). Confronta F. Bacon, Novum Organum, quarantacinquesimo-LII, in
P. Rossi, Il pensiero di Francis Bacon, citato, pagine 117-123.

(36).  F.  Bacon, Novum Organum, LIII, in P. Rossi, Il pensiero  di
Francis Bacon, citato, pagine 123-124.

(37).  F.  Bacon, Novum Organum, LIX, in P. Rossi, Il  pensiero  di
Francis Bacon, citato, pagine 126-127.

(38).  Confronta  F.  Bacon, Novum Organum, LX,  in  P.  Rossi,  Il
pensiero di Francis Bacon, citato, pagina 128.

(39).  F.  Bacon  fa  l'esempio  della  parola  "umido",  che   pu
significare: "ci che si spande facilmente intorno a un corpo;  ci
che    indeterminabile  e  privo  di  consistenza;  ci  che  cede
facilmente  in tutte le direzioni; ci che si divide e si  disperde
facilmente  in  ogni  senso; ci che si  riunisce  e  si  raccoglie
facilmente; ci che facilmente scorre e si mette in moto;  ci  che
aderisce  facilmente  a un altro corpo e lo bagna;  ci  che  passa
facilmente allo stato liquido o si sciogli mentre prima era solido.
Pertanto,  trattandosi di impiegare questa parola come un predicato
in base alla preferenza per l'uno o l'altro significato si dovrebbe
dire  che la fiamma  umida o che l'aria non  umida o che   umida
la polvere sottile o che  umido il vetro. Da ci appare facilmente
che  questa  nozione  stata astratta superficialmente e  senza  le
dovute   verifiche,  soltanto  dall'acqua  e  dai  liquidi  comuni"
(ibidem).

(40).  F.  Bacon, Novum Organum, LXI, in P. Rossi, Il  pensiero  di
Francis Bacon, citato, pagina 129.

(41). Ibidem.

(42).  Confronta  F. Bacon, Novum Organum, LXII, in  P.  Rossi,  Il
pensiero di Francis Bacon, citato, pagina 131.

(43). Ibidem.

(44). Ibidem.

(45). Ibidem.

(46). F. Bacon, Prefazione alla Instauratio magna, in P. Rossi,  Il
pensiero di Francis Bacon, citato, pagina 86.

(47). Ivi, pagina 87.

(48). Si pensi, ad esempio, alla sensazione di calore: una cosa  ci
appare  caldissima  quando  supera di  poche  decine  di  gradi  la
temperatura  del nostro corpo, mentre quello stesso calore  sarebbe
irrilevante rispetto alla temperatura di un vulcano o del Sole.

(49). Vedi volume primo, capitolo Sei, 2, pagina 121.

(50).  Cos  si esprime F. Bacon all'inizio del secondo  libro  del
Novum  Organum: "Compito e scopo dell'umana potenza    produrre  e
portare  una  nuova  natura o nuove nature  sopra  un  corpo  dato.
Compito  e  scopo dell'umana conoscenza  trovare la forma  di  una
data  natura"  (in P. Rossi, Il pensiero di Francis Bacon,  citato,
pagina 139).

(51).   Confronta  F.  Bacon,  Novum  Organum,  secondo,  36.   Per
"esperimento  cruciale"  si intende quello  dal  quale  ci  si  pu
attendere  una risposta determinata che convalidi o falsifichi  una
certa  ipotesi. L'espressione trae origine dai cartelli  indicatori
posti nei crocevia (cruces).

(52).  Oltre  che del tolemaico e del copernicano,  alla  fine  del
sedicesimo  secolo  si  discuteva del sistema  ticonico,  elaborato
dall'astronomo  danese Tycho Brahe (1546-1601),  che  manteneva  la
Terra  ferma  al  centro  dell'universo  mentre  intorno  ad   essa
ruotavano  la  Luna e il Sole; quest'ultimo sarebbe  stato,  a  sua
volta,  al  centro  di  un sistema costituito  dagli  altri  cinque
pianeti  che  gli  ruotavano intorno e, insieme al Sole,  ruotavano
intorno  alla Terra; l'intero universo era chiuso dal  cielo  delle
stelle fisse.
                                 
(53).  B. Le Boviet de Fontenelle (1657-1757), filosofo e letterato
francese,  sostenitore  della concezione della  storia  umana  come
progresso (Digressione sugli antichi e sui moderni, 1688)  e  della
teoria   copernicana,  si  dedic  a  quella  che  oggi   chiamiamo
"divulgazione scientifica", convinto che la diffusione  del  sapere
sia indispensabile per l'emancipazione e il progresso dell'umanit.

(54).  B. Le Boviet de Fontenelle, Digressione sugli antichi e  sui
moderni,  in  La  disputa sei-settecentesca  sugli  antichi  e  sui
moderni,  a  cura  di  M. T. Marcialis, Principato,  Milano,  1970,
pagina  114.  Confronta  anche  H. Butterfield,  Le  origini  della
scienza moderna, citato, pagina 248.

(55).  F.  Bacon, Cogitata et visa, in F.Bacon, Scritti filosofici,
UTET, Torino, 1975, pagina 395, oppure in  P. Rossi, La rivoluzione
scientifica: da Copernico a Newton, citato, pagine 52-53.

(56). Confronta ivi, pagina 49.

(57). Ivi, pagina 50.

(58). Ivi, pagina 49.

(59).  F.  Bacon, Distributio operis, in P.Rossi,  Il  pensiero  di
Francis Bacon, citato, pagina 98.

(60). Ibidem.

(61).  Confronta  F.  Bacon, Cogitata et  visa,  in  P.  Rossi,  La
rivoluzione scientifica: da Copernico a Newton, citato, pagine  51-
52.

(62).  G. Galilei, Lettera a Belisario Vinta, 7 maggio 1606, in  G.
Galilei, Lettere, a cura di F. Flora, Einaudi, Torino, 1978, pagine
8-9.

(63). Ivi, pagina 7.

(64). Confronta ibidem.

(65). L. Geymonat, Galileo Galilei, Einaudi, Torino, 1957 4, pagina
76.

(66).  Si  pensi che per la Chiesa il chiarimento "definitivo"  del
proprio  rapporto con Galileo avviene solo il 31 ottobre 1992,  con
il   discorso  di  papa  Giovanni  Paolo  secondo  di  fronte  alla
Pontificia Accademia delle Scienze.

(67). Vedi capitolo Due, 4, pagina 45.

(68).  "Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostr [...]
pi perspicace dei suoi avversari teologi" (Giovanni Paolo secondo,
Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze. 31 ottobre  1992,
secondo, 5, in "L'Osservatore Romano" del 1. undicesimo. 1992).

(69). G. Galilei, Il Saggiatore, Einaudi, Torino, 1977, pagina 33.

(70). "Infinita  la turba degli sciocchi", cio di quelli che  non
sanno  nulla;  assai son quelli che sanno pochissimo di  filosofia;
pochi  ne sanno qualche particella; un solo Dio  quello che la  sa
tutta"  (G.  Galilei, Il Saggiatore, citato, pagina 43).  Le  prime
parole  sono un verso del Petrarca (Trionfo del Tempo, 84)  che,  a
sua volta,  la traduzione di un motto biblico (Qoelet, primo, 9).

(71). Vedi volume primo, capitoloDodici, 3, pagine274-276.

(72). Vedi volume primo, capitolo Undici, 5, 244-246.

(73).  Trecentocinquant'anni dopo la morte di  Galileo,  la  stessa
Chiesa  cattolica ha definito la sua Lettera a Cristina  di  Lorena
del  1615  "un piccolo trattato di ermeneutica biblica"  (confronta
Giovanni  Paolo  secondo, Discorso alla Pontificia Accademia  delle
Scienze. 31 ottobre 1992, secondo, 5, citato).

(74).   Confronta   G.  Galilei,  A  Madama  Cristina   di   Lorena
Granduchessa  di  Toscana, in G. Galilei, Lettere,  citato,  pagina
129.

(75).  Ibidem.  Lo stesso concetto, e quasi con le  stesse  parole,
Galileo  lo  aveva  espresso due anni prima  nella  Lettera  a  Don
Benedetto  Castelli del 21 dicembre 1613, in G.  Galilei,  Lettere,
citato

(76).  Ivi,  pagine 129-130. Nella Lettera a B. Castelli  ricordata
sopra Galileo scrive: "per accomodarsi all'incapacit del volgo".

(77). Confronta ibidem.

(78). La libert di interpretare individualmente la Bibbia ("libero
esame")  stato uno dei motivi di rottura fra Lutero e la Chiesa di
Roma.

(79).  G.  Galilei,  A  Madama Cristina di Lorena  Granduchessa  di
Toscana, in G. Galilei, Lettere, citato, pagina 134.

(80).  G.  Galilei, Lettera a B. Castelli, in G. Galilei,  Lettere,
citato, pagina 106.

(81).  Agostino  di Ippona, In Genesi ad literam,  secondo,  9.  La
frase,  all'interno  di  una citazione pi ampia,    riportata  da
Galileo  nella lettera A Madama Cristina di Lorena Granduchessa  di
Toscana, in G. Galilei, Lettere, citato, pagina 132.

(82).  G.  Galilei, Lettera a B. Castelli, in G. Galilei,  Lettere,
citato, pagina 106.

(83).  Il carattere contraddittorio, a livello generale, del sapere
filosofico tradizionale era gi stato rilevato, come abbiamo visto,
anche da Bruno, Bacon ed altri.

(84).  "Io stimo che l'esser veramente Peripatetico, cio  filosofo
Aristotelico, consista principalissimamente nel filosofare conforme
alli  Aristotelici insegnamenti, procedendo con quei metodi  e  con
quelle  vere  supposizioni e principii sopra i quali  si  fonda  lo
scientifico discorso, supponendo quelle generali notizie, il deviar
dalle quali sarebbe grandissimo difetto. Tra queste supposizioni  
tutto  quello  che Aristotile ci insegna nella sua  Dialettica  [la
logica,  cio l'rganon], attenente nel farci cauti nello  sfuggire
le  fallacie  del  discorso, indirizzandolo e addestrandolo  a  ben
sillogizzare  e  dedurre dalle premesse connessioni  la  necessaria
conclusione;  e  tal dottrina riguarda alla forma del  dirittamente
argumentare. In quanto a questa parte, credo di avere appreso dalli
innumerabili  progressi [processi, dimostrazioni] matematici  puri,
non  mai  fallaci, tal sicurezza nel dimostrare, che, se  non  mai,
almeno  rarissime  volte  io  sia nel mio  argumentare  cascato  in
equivoci. Sin qui dunque io sono Peripatetico" (G. Galilei, Lettera
a  Fortunio  Liceti,  15 settembre 1640, in  G.  Galilei,  Lettere,
citato, pagine 189-190).

(85). Confronta ibidem.

(86). Confronta G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo,  in G. Galilei, Opere, a cura di F. Brunetti, UTET,  Torino,
1980 2, volume secondo, pagina 142.

(87). Confronta ivi, pagina 144.

(88). Ivi, pagina 145.

(89).  "Quando  Aristotile fusse tale quale essi [gli aristotelici]
se  lo  figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata,
un  animo  pieno  di barbarie, un volere tirannico, che,  riputando
tutti  gli  altri come pecore stolide, volesse che i  suoi  decreti
fussero  anteposti a i sensi, alle esperienze, alla natura istessa.
Sono i suoi seguaci che hanno data l'autorit ad Aristotile, e  non
esso che la sia usurpata o presa; e perch  pi facile il coprirsi
sotto  lo scudo d'un altro che 'l comparire a faccia aperta, temono
n  si  ardiscono  d'allontanarsi un sol passo,  e  pi  tosto  che
mettere  qualche  alterazione  nel cielo  di  Aristotile,  vogliono
impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della  natura.
[...]  Io mi son pi volte meravigliato come possa esser che questi
puntuali mantenitori d'ogni detto d'Aristotele non si accorgano  di
quanto  gran pregiudizio e' sieno alla reputazione e al credito  di
quello,   e  quanto,  nel  volergli  accrescere  autorit,   gliene
detraggano; perch mentre io gli veggo ostinati in voler  sostenere
proposizioni  le  quali  io  tocchi con mano  esser  manifestamente
false,  ed  in  volermi persuadere che cos far  convenga  al  vero
filosofo,  e  che  cos  farebbe  Aristotile  medesimo,  molto   si
diminuisce  in  me l'opinione che egli abbia rettamente  filosofato
intorno ad altre conclusioni a me pi recondite" (ivi, pagine  145-
146).

(90). Confronta ivi, pagina 73.

(91). Ibidem. Poche righe pi sotto Salviati aggiunge: "Ma fusse il
progresso di Aristotile in qualsivoglia modo, s che il discorso  a
priori  precedesse il senso a posteriori, o per l'opposto, assai  
che  il  medesimo  Aristotile antepone (come pi volte  s'  detto)
l'esperienze sensate a tutti i discorsi" (ivi, pagina 74).

(92).  Confronta Aristotele, An. post., 81a, 39-81b, 9. Vedi  anche
volume primo, capitoloSei, 4, pagina 124.

(93). Confronta G. Galilei A Madama Cristina di Lorena Granduchessa
di Toscana, in G. Galilei, Lettere, citato, pagina 131. La Lettera,
come  noto,  del 1615, il Dialogo apparve nel 1632.

(94). Vedi volume primo, capitolo Sei, 3, pagine 121-123.

(95). Vedi volume primo, capitoloUndici, 2, pagina 218.

(96). Confronta E. Severino, La filosofia moderna, Rizzoli, Milano,
1987 3, pagina 27.

(97).  Di  solito per il "fatto" naturale indagato  e  sperimentato
dalla scienza si usa il termine fenomeno (dal greco phanomai,  "mi
manifesto")  che indica il modo in cui un aspetto della  realt  si
manifesta;  siccome  per Galileo la scienza  non  indaga  l'aspetto
esteriore - la "manifestazione" della realt - ma la realt  stessa
e la sua intima struttura, abbiamo preferito parlare di fatti.

(98).  Galileo aveva osservato che se due corpi uguali  cadendo  si
uniscono tra loro, la velocit di caduta del nuovo corpo risultante
dalla  loro aggregazione non aumenta, perch ciascuno di  essi  non
muta  la  propria  velocit  per  il  fatto  di  essersi  aggregato
all'altro. Da questa "sensata esperienza" Galileo formula l'ipotesi
che  la  velocit di caduta - contrariamente a quanto sosteneva  la
fisica  aristotelica e a quanto appare di norma  in  natura  -  sia
indipendente dal peso (confronta G. Galilei, Discorsi intorno a due
nuove scienze, in G. Galilei, Opere, citato, volume secondo, pagine
654-663).  Secondo la tradizione, Galileo avrebbe  lasciato  cadere
due sfere dall'alto della torre di Pisa, una di piombo del peso  di
cento  libbre  e una di sughero pesante una sola libbra:  l'attrito
dell'aria  impedisce  che  i due corpi tocchino  contemporaneamente
terra,  ma  la  differenza dei tempi di percorrenza e quindi  delle
velocit   talmente minima che non pu essere assolutamente  messa
in  relazione al peso delle due palle, altrimenti nel tempo in  cui
la  palla  di  piombo raggiungeva terra, quella di sughero  avrebbe
dovuto   percorrere   un  centesimo  della  distanza.   In   realt
l'esperimento  di  laboratorio con una palla di  piombo  e  una  di
sughero  che Galileo descrive nelle pagine dei Discorsi che abbiamo
indicato sopra  ben pi complesso. Il tubo di Newton, che consente
l'esperimento nel vuoto, consiste in tubo di vetro all'interno  del
quale  stata sottratta l'aria e sono stati collocati tre corpi  di
peso  molto diverso tra loro, ad esempio un pezzetto di  ferro,  un
pezzetto di legno e una piuma: la loro velocit di caduta lungo  il
tubo  perfettamente identica.

(99). Vedi la nota 10 di questo capitolo.

(100). Vedi volume primo, capitolo Cinque, 5, nota 26.

(101). Confronta A. Koyr, All'alba della scienza classica,  in  A.
Koyr, Studi galileiani, Einaudi, Torino, 1979, pagina 75.

(102). Vedi volume primo, capitolo Sei, 4, pagina 126.

(103).  Galileo continua ad usare il termine qualit  per  definire
questi dati quantitativi.

(104). Confronta G. Galilei, Il Saggiatore, Einaudi, Torino,  1977,
pagine 223-225.

(105). Confronta ibidem.

(106).  Un corpo, in un sistema di riferimento inerziale,  tende  a
mantenere  indefinitamente  il  suo  stato  di  quiete  o  di  moto
rettilineo  uniforme,  finch non intervengono  forze  esterne  che
modifichino tale stato.

(107). Confronta L. Geymonat, Galileo Galilei, citato, pagine  216-
221.

(108).  Oggi  la seconda legge della dinamica viene  formulata  nel
modo  seguente: "Due corpi inducono l'uno sull'altro  accelerazioni
opposte e tali che il loro rapporto sia costante".

(109). G. Galilei, Lettera a Matteo Carosi, 24 maggio 1610,  in  G.
Galilei, Lettere, citato, pagina 10.

(110).  G. Galilei, Sidereus nuncius, in G. Galilei, Opere, citato,
volume  primo,  pag 276. Galileo defin il Sidereus  nuncius  anche
"Ambasciata"  o  "Avviso sidereo". Il testo, in quanto  si  rivolge
alla  comunit scientifica internazionale,  scritto in latino.  La
traduzione  che riportiamo - e che si trova a pagina 59  del  terzo
volume  dell'edizione nazionale delle Opere di Galileo -    quella
di  Vincenzo  Viviani, un discepolo di Galileo che cur  l'edizione
delle  opere  del  maestro: a quelle in italiano fece  seguire  una
versione  in latino, a quelle in latino una traduzione in italiano.
La traduzione in italiano del Sidereus nuncius  solo parziale. Per
quanto  riguarda la dedica dei pianeti di Giove alla  famiglia  de'
Medici vedi la vita di Galileo alla fine di questo capitolo.

(111).  "Ma  poi non solo i confini tra le tenebre  e  la  luce  si
vedono  nella Luna ineguali e sinuosi, ma, ci che induce  maggiore
meraviglia,  nella  parte tenebrosa della Luna appaiono  moltissime
punte   lucenti,  totalmente  divise  e  staccate   dalla   regione
illuminata, e da essa non di breve intervallo distanti; le quali  a
poco a poco, trascorso un certo tempo, aumentano di grandezza e  di
luce, poi, dopo due o tre ore, si congiungono con la restante parte
lucida,  gi fattasi pi ampia; ma intanto altre ed altre  cuspidi,
di  qua di l quasi pullulanti, si accendono nella parte tenebrosa,
s'ingrandiscono  e  infine anch'esse si uniscono  con  la  medesima
superficie  luminosa  che si  andata sempre pi  dilatando"  (ivi,
pagina 283).

(112).  Cesare  Cremonini,  collega di  Galileo  all'Universit  di
Padova  e  anche  suo  amico, addirittura si  rifiut  di  guardare
attraverso  il cannocchiale e, nella sua opera del 1613, Desputatio
de  coelo,  non  fece nemmeno menzione delle scoperte  di  Galileo.
Antonio  Magini, professore all'Universit di Bologna e  rivale  di
Galileo,  accett  invece di usare il nuovo strumento;  Galileo  in
persona  si  rec a Bologna nell'aprile del 1610 e il 24  e  il  25
furono  fatte osservazioni del cielo con risultati molto deludenti:
nel resoconto fatto da Martino Horky da Lochovich in una lettera  a
Keplero  si  legge  che  in  quei due  giorni  il  cannocchiale  fu
sperimentato  mille e mille volte in osservazioni sia  della  Terra
sia del cielo  [tam in his inferioribus, quam in superioribus];  ma
mentre per le osservazioni a terra i risultati furono strabilianti,
per  quanto riguarda il cielo fu un fallimento totale, dal  momento
che  alcune  stelle fisse si vedevano addirittura  raddoppiate  [In
inferioribus  facit mirabilia; in coelo fallit quia  aliae  stellae
fixae duplicatae videntur] (confronta L. Geymonat, Galileo Galilei,
citato, pagina 59).

(113).  Il  gesuita padre Clavio (Cristoforo Klau), matematico  del
Collegio  Romano,  cio  della massima  istituzione  scientifica  e
culturale  della  Chiesa,  in  un primo  momento  sostenne  che  le
immagini  viste  al telescopio fossero addirittura  prodotte  dalle
lenti.  Quindi, una volta accettate come vere le immagini, sostenne
che  la  superficie della Luna  coperta da una purissima  sostanza
cristallina - e pertanto invisibile - che ne garantisce la perfetta
forma  sferica.  Anche le ricerche galileiane sulle macchie  solari
generarono  una  reazione  simile: il  gesuita  tedesco  Cristoforo
Scheiner sostenne che le macchie erano la conseguenza di sciami  di
astri  che  ruotavano intorno al Sole, cio di qualcosa esterna  ad
esso,   che   non  metteva  quindi  in  discussione  la  perfezione
dell'astro (confronta  L. Geymonat, Galileo Galilei, citato, pagine
69 e 83-84).

(114). L. Geymonat, Galileo Galilei, citato, pagina 66.

(115). Confronta ivi, pagine 69-70.

(116). Vedi nota 113.

(117). L. Geymonat, Galileo Galilei, citato, pagina 70.

(118).  "Io,  Galileo,  figlio del q. Vinc.  Galileo  di  Fiorenza,
dell'et  mia  d'anni 70, constituto personalmente in  giudizio,  e
inginocchiato davanti di voi Emin.mi e Rev.mi Cardinali,  in  tutta
la   Republica   Cristiana   contro  l'eretica   pravit   generali
Inquisitori;  avendo  davanti gl'occhi miei li sacrosanti  Vangeli,
quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo
adesso,  e con l'aiuto di Dio creder per l'avvenire, tutto  quello
che tiene predica e insegna la S. Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma
perch  da  questo  S. Off.o, per aver io, dopo essermi  stato  con
precetto   dall'istesso  giuridicamente  intimato  che  omninamente
dovessi lasciar la falsa opinione che il Sole sia centro del  mondo
e  che non si muova, e che la Terra non sia centro del mondo e  che
si  muova,  e  che  non potessi tenere, difendere n  insegnare  in
qualsivoglia  modo,  n  in  voce n in  scritto,  la  detta  falsa
dottrina,  e  dopo  d'essermi  notificato  che  detta  dottrina   
contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro
nel  quale tratto l'istessa dottrina gi dannata e apporto  ragioni
con  molta  efficacia  a  favor  di  essa,  senza  apportar  alcuna
soluzione,  sono  stato giudicato veementemente sospetto  d'eresia,
cio  d'aver  tenuto e creduto che il Sole sia centro del  mondo  e
immobile e che la Terra non sia centro e che si muova.
Pertanto  volendo  io  levar dalla mente delle  Eminenze  Vostre  e
d'ogni  fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente  di
me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico  e
detesto  li  suddetti  errori  e  eresie,  e  generalmente  ogni  e
qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa;
e  giuro che per l'avvenire non dir mai pi n asserir, in voce o
in  scritto,  cose  tali  per le quali si possa  ver  di  me  simil
sospizione;  ma  se  conoscer alcun eretico  o  che  sia  sospetto
d'eresia  lo denonziar a questo S. Offizio, o vero all'Inquisitore
o Ordinario del luogo, dove mi trovar.
Giuro anco e prometto d'adempiere e osservare intieramente tutte le
penitenze  che  mi  sono  state o mi saranno  da  questo  S.  Off.o
imposte;  e  contravenendo ad alcuna delle  dette  mie  promesse  e
giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene  a
castighi che sono da' sacri canoni e altre costituzioni generali  e
particolari  contro simili delinquenti imposte e  promulgate.  Cos
Dio  m'aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le  proprie
mani.
Io  Galileo  Galilei soddetto ho abiurato, giurato, promesso  e  mi
sono obligato come sopra; e in fede del vero di mia propria mano ho
sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala  di
parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo d 22
giugno 1633".
Secondo  una tradizione popolare, Galileo, alzandosi in piedi  dopo
aver  letto  l'abiura,  toccando con un  piede  la  terra,  avrebbe
sussurrato: "Eppur si muove!".

(119).  La  pena  fu per immediatamente commutata  in  quella  del
"confino":  prima  a  Roma,  infine a Siena,  presso  l'arcivescovo
Ascanio  Piccolomini,  amico  di  Galileo,  e  infine  ad  Arcetri.
L'ambasciatore  di  Toscana  a Roma,  proprio  in  una  lettera  al
Piccolomini, descrive cos la condanna di Galileo e la commutazione
della pena: "La sentenza contiene la prohibitione del suo libro [il
Dialogo  sopra  i  massimi  sistemi] come  ancora  la  sua  propria
condennatione  alle carceri del S.to Offitio a  beneplacito  di  S.
S.t  [...],  la qual condennatione li fu subito permutata  in  una
relegatione o confine al giardino della Trinit de' Monti".  Il  30
giugno  viene concesso a Galileo di scontare il confino a Siena,  a
condizione  di non allontanarsi dalla citt senza il  permesso  del
Sant'Uffizio. Galileo, comunque voleva tornare a Firenze e cos, il
1  dicembre  1633, il Sant'Uffizio acconsente  che  egli  vada  ad
abitare  nella  villa  di  Arcetri, purch  vi  resti  in  perfetta
solitudine,  senza ricevere alcuna visita ("conceditur  habitio  in
eius rure, modo tamen ibi ut in solitudine stet, nec evocet eo  aut
venientes illuc recipiat ad collocutiones"). Confronta L. Geymonat,
Galileo Galilei, citato, pagine 192-196.

(120). P. Redondi, Galileo eretico, Einaudi, Torino, 1983 e 1988.

(121).  Giovanni Paolo secondo, ad esempio, sostiene che la scienza
si muove su un piano orizzontale e su di esso non ha limiti, mentre
la  fede occupa un piano verticale; i due piani si incontrano lungo
una  retta,  che pu indicare l'uomo, ma non si sovrappongono  mai.
Riprendendo  un'espressione gi usata da Galileo  e  attribuita  al
cardinale e storico Cesare Baronio (1538-1607), il papa ricorda che
una cosa  sapere "come vadano i Cieli" (quomodo coelum gradiatur),
altra  cosa  conoscere "come si vada in Cielo" (quomodo ad  Coelum
eatur),  e  lo  Spirito Santo insegna la seconda  e  non  la  prima
(confronta   Giovanni  Paolo  secondo,  Discorso  alla   Pontificia
Accademia  delle  Scienze. 31 ottobre 1992, secondo,  9-terzo,  14,
citato).

(122). Vedi volume primo, capitolo Due, 4, pagina 35.

(123). "Il Lgos  dato a tutti" (Eraclito, frammenti 50, 2, 1).
